30 May 2026

Una reggia nel convento: gli appartamenti papali di Santa Maria Novella nel Quattrocento

Gaia Ravalli

Abstract
At the end of the 14th century, the convent of Santa Maria Novella in Florence was undergoing an economic crisis, but with Leonardo Dati, Master of the Dominican Order between 1414 and 1425, its fortunes took a positive turn. Renewed ties with the Florentine Republic transformed the convent into a prestigious site of hospitality, capable of receiving and accommodating illustrious figures. Its spaces were reshaped, turning Santa Maria Novella into one of the main political and cultural stages of the city, as it served repeatedly as the residence of the papal court in Florence between 1419 and 1515.
Today, only the perimeter walls of the papal apartments remain. Its original splendour, to which major artists such as Lorenzo Ghiberti, Donatello, and Nanni di Banco contributed, is no longer visible today. The palace hosted four popes, emperors, kings, and was the exclusive seat of the Council of Florence. This paper presents little-known documents and an extraordinary unpublished plan from the mid-fifteenth century, which make it possible to reconstruct the creation of the apartments and the transformation of the convent around the Chiostro Grande, thus shedding new light on a grand yet ephemeral moment in the history of Santa Maria Novella and the city as a whole.

Introduzione

[1] Questo contributo si propone di indagare l'intreccio tra ordini mendicanti e civitas, ossia quel dialogo serrato tra i conventi e la città in cui il loro spazio prese forma, continuando a evolversi per adattarsi alle nuove esigenze della comunità e di un contesto urbano in continuo mutamento.1 E intende farlo attraverso un episodio straordinario: ciò che avvenne a partire dal 1419 nel convento di Santa Maria Novella a Firenze (Figg. 1-3). Grazie a una peculiare congiuntura storica e politica, in quell'anno si decise infatti di trasformare un'ala del complesso domenicano in una splendida reggia pontificia. Di questo clamoroso episodio abbiamo ancora scarsa nozione: se gli studi hanno approfondito con cura alcuni degli epocali eventi che qui ebbero luogo, primo fra tutti il Concilio, analizzato nelle sue più ampie ricadute,2 poco considerati sono stati gli spazi degli appartamenti papali, la loro estensione e l'aspetto, le dinamiche che ne determinarono l'erezione, l'impatto che ebbero sulla vita conventuale.

1 Santa Maria Novella, Firenze, veduta dall'alto (da Google Maps)

2 Santa Maria Novella, Firenze, Chiostro Grande, veduta dall'alto (da Google Maps)

3 Santa Maria Novella, Firenze, pianta del Chiostro Grande: 1) Appartamenti Saltarelli, 2) Dormitorio settentrionale, 3) Dormitorio orientale, 4) Cappellone degli Spagnoli, 5) Sala delle quattro porte, 6) Cappella dei Magi, 7) Ospizio (poi refettorio), 8) Refettorio (poi ospizio), 9) Sagrestia della cappella di San Niccolò, 10) Cappella di San Niccolò, A) Chiostro Grande, B) Chiostrino dei Morti, C) Chiostro Verde, D) Chiostro della Sindicheria, E) Chiostro Dati, F) Cortile dell'Infermeria, G) Cortile degli appartamenti papali. Ambienti al primo piano: (in verde scuro) noviziato, (in fucsia) Cappella del Papa, (in blu) area degli appartamenti papali. (Riprod. da: De Marchi [2016], 10; elaborazione grafica a cura dell'autrice)

[2] Questo campo infatti è stato esplorato da pochi studi, tra cui si segnalano quelli di padre Stefano Orlandi,3 i contributi inediti di Margaret Haines, per gli anni 1434–1436,4 e quelli di Luke Bancroft,5 che ha analizzato i documenti conservati presso l'Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze.6 Fu infatti l'Opera, in qualità di istituzione delegata del Comune fiorentino, a farsi carico di molte delle spese necessarie per la costruzione e il periodico adeguamento della residenza papale.7 Tale scarsa attenzione però non stupisce: degli appartamenti, infatti, non resta oggi quasi niente. Secondo quanto ricostruito finora dalla critica, questi si trovavano nel braccio occidentale del Chiostro Grande (Fig. 4) e in una piccola porzione di quello settentrionale, dove tuttora sorge la celeberrima cappella del papa (Fig. 5): essa, affrescata nel 1515 da Ridolfo del Ghirlandaio e dal giovane Pontormo con Andrea di Cosimo Feltrini, in occasione della venuta di Leone X,8 è l'unica vestigia di questa gloriosa vicenda assieme ai muri d'ambito e poco altro. Per volontà della duchessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de' Medici, gli appartamenti furono infatti convertiti dal 1563 nel monastero della Santissima Concezione9 e poi stravolti quando vi trovò sede l'Istituto della Santissima Annunziata, a partire dal 1820.10

4 Santa Maria Novella, Firenze, braccio occidentale del Chiostro Grande (fotografia dell'autrice/Musei Civici Fiorentini)

5 Pontormo, Santa Veronica, 1515, affresco. Santa Maria Novella, Firenze, Cappella del papa (fotografia dell'autrice/Musei Civici Fiorentini)

[3] Eppure, in questa reggia – del cui splendore la città era pienamente conscia e che vide il coinvolgimento di alcuni tra i massimi artisti del tempo come Lorenzo Ghiberti, Donatello e Nanni di Banco – furono ospitati quattro papi, imperatori e re, dignitari di ogni sorta, oltre al già ricordato Concilio. Una messe di documenti e una pianta quattrocentesca, a mia conoscenza ancora inedita, permettono ora di ripercorrere finalmente la storia degli appartamenti e la conseguente trasformazione degli ambienti attorno al Chiostro Grande, in una contrattazione continua dello spazio tra istanze civiche, esigenze del pontefice e della sua corte, e necessità legate alla vita religiosa dei frati, aiutandoci a ricostruire un momento grandioso della storia di Santa Maria Novella e della città intera.

Dalla crisi alla rinascita

[4] Dopo decenni di crescita e attività edilizia ininterrotta, dagli anni Settanta del Trecento il convento di Santa Maria Novella sembra attraversare una significativa crisi. Entro il 1365 erano state completate tutte le fabbriche intraprese nell'area del Chiostro Grande, fatta eccezione per la sopraelevazione dell'ospizio e della cappella degli Ubriachi, lungo il lato orientale, dove furono edificate le stanze per i novizi proprio a partire da questo anno.11 La situazione del convento però appare cambiata: il benessere della comunità e il fervore edilizio avevano lasciato il passo a una condizione economica più difficile e incerta.12 I frati si indebitavano per la sopravvivenza,13 concedevano manoscritti in comodato d'uso,14 alienavano calici e altri preziosi,15 e dal 1384 cominciarono a vendere porzioni dell'orto dell'infermeria, progressivamente rimpiazzato da abitazioni private.16 La tendenzanon fu straordinaria ma generalizzata a Firenze, che in questo decennio dovette affrontare la Guerra degli Otto Santi (1375–1378).17 Fu soprattutto con Leonardo Dati (ca. 1365–1425) che si assistette a un cambio di passo, con una ripresa significativa nelle attività del convento e nella cura delle sue fabbriche. Il Dati, che sarebbe diventato personaggio di primo piano della scena cittadina, teologo, predicatore e oratore di larga fama, futuro Maestro generale dell'ordine (1414–1425) e ambasciatore fiorentino, fu consacrato sacerdote a Santa Maria Novella nel 1385, documentato dal 1389 come soprintendente all'orto, mentre dal 1393 risulta responsabile del restauro della scuola conventuale, per la quale nel 1399 si registravano nuovi allievi.18

[5] Con l'elezione di papa Martino V nel 1417 si era ricomposto definitivamente lo scisma che dal 1378 aveva messo in grave crisi la massima autorità della Chiesa.19 Determinante fu proprio il ruolo del Dati nel far sì che il pontefice, di ritorno dalla Germania alla volta di Roma, scegliesse il convento domenicano come sua dimora nella tappa fiorentina. Grazie al rapporto di fiducia tra il papa e il teologo, nel novero dei commissari che lo avevano eletto, presente al Concilio come Maestro generale dell'ordine e al contempo rappresentante della Repubblica fiorentina, Santa Maria Novella si trasformò in uno dei principali palcoscenici politici e culturali della città. La scelta del complesso domenicano fu probabilmente favorita anche da una consuetudine che il governo aveva con i frati da oltre un secolo.

[6] Già nel 1267 per conto della Repubblica era stato infatti ospitato in convento il re di Sicilia, Carlo d'Angiò, secondo una prassi abituale "pe' grandi signori che alla città veníeno" perché "lo spazio era grande e il luogo sicuro", mentre in chiesa o in piazza si facevano i "grandi parlamenti".20 Allo scopo vennero in seguito eretti con finanziamento del Comune dei locali dedicati, come la "domus hospitum", in costruzione tra il 1318 e il 1319 presso la porta del convento, "che sarà moltissimo utile per ricevere gli Ufficiali del comune di Firenze e gli altri cittadini".21 L'usanza riprese con forza tra la fine del XIV secolo e l'inizio del successivo, momento in cui si avvicendarono il marchese di Ferrara, il signore di Cortona, ambasciatori e cardinali, tra i quali Baldassarre Cossa (futuro papa Giovanni XXIII).22 Il fatto che i dormitori domenicani fossero ambienti perfettamente adeguati a funzioni di rappresentanza è attestato da Matteo Villani, il quale, quando il 20 aprile 1358 un fulmine cadde sul campanile causando ingenti danni, interpretò l'evento come la giusta punizione per la hybris dei frati, che avevano costruito chiostri e dormitori "pomposi, vezzosamente intendendo alle delicatezze e piaceri temporali".23

[7] Secondo il cronista Vincenzio Borghigiani, che scrive tra il 1756 e il 1764, alla fine del Trecento i forestieri venivano alloggiati negli appartamenti privati eretti a partire dal 1337 per volontà dell'arcivescovo di Pisa, il domenicano Simone Saltarelli, e situati proprio nel braccio ovest del Chiostro Grande, al piano terra.24 Già in quest'epoca si inaugurava dunque per questo lato del chiostro una tradizione che sarebbe durata oltre un secolo, condizionando nel profondo le sorti di tutto il convento. L'area era in posizione defilata rispetto ai 'luoghi regolari' in cui si concentrava la vita dei frati, ormai ridotti di numero. Inoltre, questa zona godeva di un accesso indipendente, attraverso una corte, su via di Ripoli o della Scala, al cui abbellimento aveva contribuito nel 1334 Dardano Acciaiuoli.25 Sul medesimo spazio insisteva infatti anche la sua cappella di famiglia, dedicata a San Niccolò (attuale Farmacia di Santa Maria Novella). Di quest'area esterna, che sarebbe diventata la corte degli appartamenti papali, resta oggi solo una piccola porzione, chiusa tra edifici più tardi.

La genesi degli appartamenti papali

[8] Il 31 gennaio 1419 (stile comune) la Repubblica approvava di dar principio ai lavori necessari per costruire un'adeguata dimora al pontefice, appena un mese prima del suo ingresso in città.26 Così nelle parole di Paolo di Matteo Petriboni:

Il Comune diliberò che, per fare in Santa Maria Novella degnio abituro come alla sua Santità si conveniva, che dell'opera di Santa Liperata si chavassino fiorini mille cinquecento. Et così fu fatto nel secondo chiostro della detta chiesa choll'arme del Comune et da ppiè l'arme dell'Arte della Lana.27

I padri domenicani concessero alla Signoria il dormitorio che era stato eretto per volere del vescovo Angelo Acciaiuoli (†1357) al piano superiore del braccio occidentale del Chiostro Grande. Ci racconta il cronista domenicano Modesto Biliotti, che scrive verso il 1586:

[...] la Repubblica fiorentina, dopo lungo tempo, essendosi presa in carico tutto quel lunghissimo dormitorio, smantellati i muri del solaio e delle celle, fece erigere sul lato opposto un arco sopra le colonne al fine di ottenere un poco più di spazio interno. Perciò, eliminate le celle, che erano tanto numerose (direi) una incastrata con l'altra, in quella parte libera in lunghezza e larghezza, fece realizzare un gran numero di magnifiche sale, che furono dette 'sale del papa', poiché quel luogo era già stato destinato come alloggio dei Sommi Pontefici, allorquando essi si trovavano a Firenze; e dove trovarono poi alloggio Martino V, che tornava dal concilio di Costanza ed Eugenio IV, che aveva trasferito il Concilio di Ferrara a Firenze.28

Borghigiani specifica che gli appartamenti furono ricavati "piantando però di nuovo la muraglia maestra su gl'archi della Loggia".29 Si comprende dunque, contrariamente a quanto spesso ritenuto in passato, che la residenza fu il frutto di un estensivo adattamento di strutture preesistenti, secondo una prassi che si riscontra in tutto il convento domenicano, spiegando anche la durata straordinariamente breve del cantiere.

[9] Il 26 febbraio 1419 Martino V faceva già il suo solenne ingresso in città prendendo possesso dei nuovi appartamenti. Il grosso dei lavori si svolse però durante il suo soggiorno, nel corso del primo semestre del 1419, specialmente tra maggio e agosto. Niccolò di Benozzo, futuro maestro del cantiere della cupola di Santa Maria del Fiore, fu il capomastro,30 Giovanni d'Onofrio Bischeri e Jacopo di Vanni Vecchietti furono gli operai responsabili della fabbrica,31 mentre provveditore venne nominato lo scultore Jacopo Sandri.32

[10] Il palazzo pontificio occupava tutto il primo livello del braccio occidentale e la sua esistenza in antico è ancora segnalata da quattro stemmi e dalle tracce di alcune monofore a sesto acuto tamponate, allineati lungo il prospetto esterno verso il Chiostro Grande (Fig. 6).33 Sono queste tra le pochissime memorie rimaste a evocare questo importante episodio della storia conventuale, assieme alla ben nota pianta pubblicata da Giuseppe Richa alla metà del Settecento (Fig. 7),34 successiva però agli stravolgimenti citati in apertura.

6 Santa Maria Novella, Firenze, particolare del braccio occidentale del Chiostro Grande (fotografia dell'autrice/Musei Civici Fiorentini)

7 Pianta del Salone del Concilio Fiorentino, 1755 (riprod. da: Richa [1755], fig. 117)

Il Laterano fiorentino visualizzato

[11] Un documento di straordinaria rilevanza offre adesso la possibilità di recuperare un'immagine più nitida di questa reggia: una pianta (Figg. 8, 10), conservata in un fondo mediceo miscellaneo, fotografa lo sviluppo degli appartamenti papali nel cuore del Quattrocento, come indicato dal titolo vergato sul verso (Fig. 9).35 Il rilievo è di grande qualità esecutiva e presenta un notevole dettaglio: le stanze sono quasi tutte numerate, corredate da misure dimensionali e talvolta da annotazioni relative alla funzione o da altre precisazioni di carattere progettuale. Non è datato, ma già a un primo sguardo se ne ricava una cronologia indicativa tra la prima metà del XV e l'inizio del XVI secolo, confermata dall'analisi paleografica36 e dagli assetti interni: ancora non esisteva infatti la celebre cappella del papa affrescata in occasione della venuta di Leone X nel 1515. La planimetria documenta semmai la presenza lungo il lato nord di una "cappella che ffu" (Fig. 10, n. 16), dunque all'epoca non più in uso, affacciata sul Chiostro Grande in prossimità dell'angolo tra gli appartamenti e il dormitorio. Come indicato dalla scritta "qui far cap<pe>lla" (Fig. 10, n. 15a), si era già individuato nello stesso braccio il sito del nuovo sacello verso l'attuale piazza della Stazione (Fig. 3), dove si trova ancora oggi.

8 Planimetria degli appartamenti papali di Santa Maria Novella (ASFi, MM, 93/III, ins. 114, inchiostro su carta, 420 × 595 mm © Archivio di Stato di Firenze su concessione del Ministero della Cultura)

9 Planimetria degli appartamenti papali di Santa Maria Novella, particolare del verso (ASFi, MM, 93/III, ins. 114, inchiostro su carta, 420 × 595 mm © Archivio di Stato di Firenze su concessione del Ministero della Cultura)

10 Planimetria degli appartamenti papali di Santa Maria Novella (ASFi, MM, 93/III, ins. 114, inchiostro su carta, 420 × 595 mm © Archivio di Stato di Firenze su concessione del Ministero della Cultura). Per l'edizione si è scelto di rispettare la numerazione originale, laddove possibile:

1. N°·1·lungho b[racci]a 56 – largho b[racci]a 22 /chop[er]to attetto
[1a]. lu[ngh]a 8 |l[ar]g[h]a 8
2. N. 2 |lu[n]gha 17 /la[rgho] b[raccia] 8
3. N°·3·/chortte va /alla stalla /lungha b[raccia] 26·/largha b[raccia] 14
3[a]. N°·III·/lu[n]gha 43 /l[argh]a 14
3[b]. N° III /lungha 43
3[c]. N° III /lungha 43
4. N° 4 lu[n]g[h]a 30 /la[r]g[h]a 70/2
5. N° 5| sala /lu[n]g[ha] 20 |12
[5a]. 12/ 10
6. N° 6·/b[raccia] 17 /b[raccia] 6
[6a]. chiesa /di s[anc]to nic[col]o
7. N° 7·/b[raccia] 56 /largha 250/2 /stanza attetto /sop[r]a la[n]fermaria
[7a]. horttacio inttereno /dellanfe[r]meria
[7b]. lungho 20 |3
8. n°·8 b[raccia] /10 |6
9. n° 9·qucina /lungha b[racci]a /30 la[r]g[ha] 120/2
10. n° X·Granaio de frati /lungho b[raccia] 50 /largho b[raccia] 25
11. n° XI /lungha 70 |largha XXI
12. N° XII /Altra sala lu[n]g[ha] b[raccia] 34 /l[argh]a XII
[12a].
13.
N° 13 /8 |8
[13a]. 6 |4
14. n° 14 /lu[n]gho 22 /b[raccia] 11 l[argh]a
[14a]. l[ungh]a b[racci]a 14 |6
15. n° XV/ b[raccia] 14 /6
[15a]. b[raccia] 16 |6|[marcata separazione aggiunta nella pianta] q[ui] far cap[e]lla
16. n° 16 |capella cheffu
17. anditto n° 17 /[scritto in senso contrario] Usco verrebbe del granaio s [oppure "e"] andrebbesi p[er] q[uest]o dormenttorio intorno inttorno aritrovare le stanzze delppapa chome q[ui] si dimos[tra]
18. n° 18 /[a margine] qui si va a luogho chomune
[18a]. celle p[er] t[ut]to q[uest]o campo
[18b]. q[ui] far qucina
[18c]. p[er] t[ut]to q[uest]o campo sono celle /celle p[er] t[ut]to q[uest]o campo
[18d]. p[er] t[ut]to q[uest]o campo sono celle

[12] Incrociando il disegno con le notizie tratte da documenti e fonti, e con quanto attestato per altri palazzi papali, è possibile identificare gli ambienti principali di cui si componevano gli appartamenti di Santa Maria Novella. Tra le stanze spicca per le imponenti dimensioni il salone concistoriale (Fig. 10, n. 11), al centro del braccio ovest. La pianta fornisce con esattezza le sue notevoli misure: 70 braccia di lunghezza per 21 di larghezza, ossia 40,8 × 12,2 metri circa,37 dimensioni che trovano perfetta rispondenza nei muri ancora esistenti (Fig. 11). Il confronto con lo stato attuale permette anche di capire che l'ambiente prendeva luce proprio dalle monofore che affacciavano sul Chiostro Grande. La sala è attestata dal maggio del 1419 quando fu ammattonata, voltata in muratura e intonacata, richiedendo ben 753 braccia quadre di volte e 2.826 di intonaco, per poi essere imbiancata a gennaio dell'anno seguente.38 Fu anche dotata di un altare ligneo, di panche con spalliere e predelle, banchi e sedili realizzati con le tavole fornite dal frate domenicano Bernardo di Stefano,39 nonché di un palco pagato dalla Camera apostolica al falegname Michele Bonatti nello stesso anno; altri due vennero destinati alla sagrestia, dove il papa era solito ascoltare la messa, e all'altare maggiore in chiesa.40

11 Planimetria degli appartamenti papali di Santa Maria Novella (ASFi, MM, 93/III, ins. 114, inchiostro su carta, 420 × 595 mm © Archivio di Stato di Firenze su concessione del Ministero della Cultura), a cui si sono sovrapposte la pianta odierna del Chiostro Grande relativa al piano terra, in bianco, e quella relativa al primo piano, in nero (riprod. da: Maria Teresa Bartoli, Santa Maria Novella a Firenze: algoritmi della scolastica per l'architettura, Firenze 2009, 68-69, tav I-II; elaborazione grafica a cura dell'autrice)

[13] Di seguito al salone doveva trovarsi la "stanza dei paramenti" (Fig. 10, n. 12), un'importante anticamera dotata di due porte, soppalchi, un letto e un grande camino in pietra detto il "camino del Papa", che il 17 marzo 1419 fu dipinta a fiori da Giovanni di Guccio e soci.41 La sala è identificabile solo in via ipotetica, ma dalle fonti sul Palazzo Vaticano, tra l'ultimo quarto del Trecento e l'inizio del secolo successivo, sappiamo che questo ambiente fungeva da cerniera tra gli spazi di rappresentanza e quelli propriamente residenziali, luogo di anticamera, udienze e ricevimento, ma anche di alloggio dei fiduciari del pontefice. Come per il Vaticano, la sua presenza nella residenza fiorentina fu forse mutuata dall'architettura del Palazzo dei Papi di Avignone, in cui si riscontra la successione camera paramenticamera papecamera secreta o studium, con una progressione dagli spazi pubblici a quelli privati che era forse replicata anche a Santa Maria Novella.42

[14] Adiacente doveva essere la camera del pontefice (Fig. 10, n. 14), che fu dotata di soppalchi43 e dagli stessi pittori decorata in terra verde, affrescando sopra al letto lo stemma papale, assieme a quello del Comune, del Popolo e di Parte Guelfa.44 Questa soluzione ornamentale si inserisce in una tradizione di lunga data, evocata a Firenze fin dal secondo quarto del Trecento dalla formella con il Sogno di Innocenzo III di Taddeo Gaddi per la sagrestia di Santa Croce, ora alla Galleria dell'Accademia (Fig. 12).45

12 Taddeo Gaddi, Sogno di Innocenzo III, ca. 1338–1340, tempera su tavola, 41 × 31 cm. Galleria dell'Accademia, Firenze, inv. 1890 n. 8602 (fotografia dell'autrice/© Galleria dell'Accademia su concessione del Ministero della Cultura)

La posizione della camera del pontefice appare confermata dalla contigua presenza della cappella più antica (Fig. 10, n. 16), forse da identificare con quella "segreta"imbiancata da Cristofano di Fino il 19 luglio 141946 e dotata di preziosi parati dai mercanti fiorentini.47 La cappella segreta, di piccole dimensioni, era una presenza consueta nei palazzi papali fin dal XIII secolo, destinata alle preghiere private del pontefice e per questo situata in prossimità della sua camera.48 Questa stanza è dunque diversa dall'ambiente citato in una rara descrizione degli appartamenti, tramandata nel Settecento da Borghigiani: "vi furono fatte nel mezzo una gran sala, che aveva in fondo la cappella sfondata a foggia di tribuna, chiusa con cancello ed attorno detta sala, camere, ed altri ricetti, divisi in più appartamenti".49 Come sopra ricordato, la sala concistoriale era effettivamente dotata di un altare e veniva usata per le celebrazioni in occasioni particolari, quali ad esempio la notte di Pasqua o di Natale.50 Del resto, la presenza di più cappelle, diversificate nell'uso, era un carattere comune a tutti i palazzi papali.51 Dalla pianta però non è possibile riconoscere questo spazio sacro, che forse era semplicemente ricavato nella parte terminale della sala, che verso settentrione presentava un'area sopraelevata da alcuni scalini, in virtù della quale potrebbe giustificarsi l'appellativo "tribuna".52

[15] Non è detto che l'organizzazione degli ambienti mostrata dalla planimetria fosse esattamente quella dell'epoca di Martino V. La lettura dei documenti, tuttavia, suggerisce che durante il suo soggiorno fossero stati realizzati tutti gli interventi strutturali più importanti. Nel rilievo si riscontra infatti anche la presenza della loggia imbiancata da Cristofano di Fino,53 aperta verso il Chiostro Grande e menzionata da Vespasiano da Bisticci (Fig. 10, n. 12a). Il biografo ricordava che il papa "gl'andava di su in giù per uno verone che riesce allato alla sala del papa", mentre, turbato da un'odiosa presa in giro molto diffusa in città, manifestava il suo desiderio di far ritorno a Roma.54 Vespasiano derivò l'aneddoto da Leonardo Bruni, che aveva vissuto in prima persona l'episodio, essendo l'interlocutore diretto a cui il papa rivolgeva le sue lamentele. Questi aveva tramandato però una versione diversa, assai interessante, secondo cui Martino "camminava dalla biblioteca alla finestra che guarda gli orti", menzionando così, presso la camera del papa, la biblioteca, non altrimenti attestata.55

[16] Una delle imprese più impegnative e spettacolari cominciate nel 1419 fu certamente la costruzione dello scalone monumentale che dava duplice accesso agli appartamenti, da via della Scala e dal Chiostro Grande, nell'angolo sud-occidentale presso la cappella di San Niccolò. L'intervento richiese l'abbattimento della precedente scala e di alcuni muri presso l'antica chiesetta degli Acciaiuoli, e mi domando se non venisse distrutto proprio in questa occasione il campanile di cui la cappella era dotata dal 1340.56 La pianta quattrocentesca ci mostra lo sviluppo dello scalone verso la strada (Fig. 10, n. 1), che immaginiamo imponente visto l'andamento semicircolare dei primi scalini, le possenti fondazioni realizzate e la fama di cui godeva tra i contemporanei.57 I documenti riferiscono che per il progetto furono coinvolti più artefici: Lorenzo Ghiberti fornì il disegno,58 mentre Filippo di Giovanni, fidato collaboratore di Filippo Brunelleschi, ricoprì il ruolo di maestro del cantiere.59 L'incarico agli operai Giovanni Bischeri e Jacopo Vecchietti specificava infatti che la costruzione della scala era tassativamente esclusa dalle loro competenze. Il progetto di Ghiberti doveva adattare una rampa già esistente presso la cappella di San Niccolò e fu messo in opera a partire dal 20 maggio 1419, con indicazioni ben precise.60 Lo scalone ghibertiano venne coperto da una tettoia di 100 assi di abete e a tale intervento potrebbero alludere i sostegni disegnati nella pianta in prossimità dell'angolo sud-occidentale, accompagnati dalla scritta "chop[er]to a ttetto" (Fig. 10, n. 1).61 Sebbene la planimetria raffiguri gli ambienti al primo piano del Chiostro Grande, in questa parte si può riconoscere la corte di accesso al piano terra. A sostegno di questa interpretazione sovviene la preziosa testimonianza di Giovanni Cambi (†1535), che nella sezione autografa delle sue Istorie descriveva i mutamenti effettuati nel 1515 all'ingresso su via della Scala e al resto della "Sala del Papa, che chosì si chiamava tutto il Palazzo", ricordando che nella corte si entrava attraverso due porte, poi abbattute assieme al muro per far spazio ai fastosi apparati predisposti per Leone X.62 Nel rilievo quattrocentesco si distinguono chiaramente due accessi a sud, oltre a uno più modesto verso la cappella di San Niccolò, che rispondevano sulla via adiacente. Le stanze che si succedono una dopo l'altra verso ovest (Fig. 10, n. 3-3c), alcune non in comunicazione tra loro e aperte verso la strada, erano invece stalle, di cui una preceduta da una corte, come chiarito dalla scritta. In proposito, sappiamo che delle stalle furono in effetti costruite dalla Repubblica il 21 giugno 1434 in occasione del soggiorno di papa Eugenio IV.63 La compresenza di ambienti situati a piani diversi in una medesima planimetria è del tutto accettabile in relazione all'antichità della stessa, che precede la codifica dei metodi usati nella rappresentazione architettonica, avvenuta soltanto a partire dal XVI secolo.64

[17] Tra le poche tracce che oggi documentano la permanenza di Martino V, resta il celeberrimo Marzocco (Fig. 13), il leone di macigno simbolo della Repubblica fiorentina, realizzato da Donatello nel 1420 e da tempo identificato con quello conservato nel Museo Nazionale del Bargello.65 La scultura si trovava sopra la colonna alla base della scala, nella corte esterna, che era uno spazio ampio al punto da permettere al pontefice e al suo seguito di entrare a cavallo, come descritto dai cronisti dell'epoca.66 Giovanni di Guccio e i suoi collaboratori ornarono il cortile, dipingendo le armi di Martino V probabilmente negli stipiti della porta di accesso da via della Scala.67 Presso questo stesso varco fu infine posta, all'indomani della partenza del papa, un'iscrizione a lettere d'oro composta da ser Antonio di ser Jacopo da Pistoia per commemorare il soggiorno dell'illustre ospite,68 mentre una seconda epigrafe in esametri, trascritta nella Cronica di Borghigiani, campeggiava in alto sul prospetto esterno degli appartamenti verso il Chiostro Grande:

Pontifici summo Martino nomine quinto / Constantiensi sinodo sacra venienti / hic populus proprias has gratis c[on]d[id]it aedes / ac sibi magnificos multos impendit honores / dum venit primo, dum mansit, dumque recessit / mansit sex menses feli<ci>ter atque per annum / postea sacrato templo feliciter isto / accessit Romam sedem patriamque vetustam / venit die XX6 Feb. MCCCCXVIII.69

13 Donatello, Il Marzocco, 1420, macigno, marmo bianco e marmo rosso, 134 × 55 × 83 cm. Museo Nazionale del Bargello, Firenze, inv. Sculture 133 (fotografia Miguel Hermoso Cuesta/CC BY-SA 4.0)

I versi, forse collocati non lontano dalla targa che ancora oggi ricorda il Concilio del 1439,70 completavano la facciata principale del palazzo, dipinta color della pietra,71 su cui spiccava anche una serie di stemmi scolpiti, ciascuno a ricordare i committenti che avevano contribuito a vario titolo alla sensazionale impresa. La ricca documentazione dell'Opera permette di ricostruire la commissione di questi rilievi, deliberata settimane prima dell'arrivo del papa, evidenziando un'attenzione quasi ossessiva sul loro posizionamento in parete, simbolo dell'importanza dell'istituzione e del suo ruolo nel progetto. Le insegne di Comune, Chiesa, Popolo e Parte Guelfa – raffiguranti rispettivamente il giglio, le chiavi decussate di san Pietro, la croce e l'aquila – si trovano ancora murate al loro posto (Fig. 6).72 È andato perduto lo stemma di Martino V, già a fianco delle chiavi petrine; invece, delle due insegne dell'Arte della Lana, in origine collocate alle estremità della serie, una rimane in situ (Fig. 14), mentre l'altra (Fig. 15) è rimurata in prossimità dell'angolo nord-occidentale del chiostro. I rilievi, uno dei quali mantiene tracce di policromia, sono stati identificati da Mary Bergstein con quelli pagati a Nanni di Banco il 10 maggio 1419.73

14 Nanni di Banco, Stemma dell'Arte della Lana, 1419, macigno, 90 × 77 cm. Santa Maria Novella, Firenze, Chiostro Grande, prospetto occidentale (fotografia dell'autrice/Musei Civici Fiorentini)

15 Nanni di Banco, Stemma dell'Arte della Lana, 1419, macigno, 90 × 77 cm. Santa Maria Novella, Firenze, Chiostro Grande, prospetto occidentale (fotografia dell'autrice/Musei Civici Fiorentini)

[18] Dopo la partenza di Martino V, gli appartamenti furono concessi come abitazione al generale Dati, "con l'obbligo di dovere in tutto rilasciare ogni volta che ne fusse richiesto",74 ma con il permesso di modificare alcune stanze "ovvero la vecchia sala della detta abitazione, con due piccole camere esistenti sopra di essa con scale, con ingresso e uscita dalla parte anteriore di detta sala, ovvero presso la via detta della Scala".75 Il documento suggerisce che gli appartamenti papali comprendessero anche alcuni ambienti al livello terreno, non avendo al momento nessun indizio per ipotizzare la presenza di un secondo piano. Dopo la morte del Dati sopraggiunta nel 1425, le sale del papa continuarono a funzionare da foresteria della Repubblica e vi soggiornarono ospiti come il cardinale Giordano Orsini, l'ambasciatore di Venezia, don Pedro di Portogallo e il cardinale legato papale Niccolò Albergati.76 Ma l'evento più memorabile fu certamente la venuta del successore di Martino V, Gabriele Condulmer, asceso al soglio pontificio nel 1431 con il nome di Eugenio IV, che giunse a Firenze il 23 giugno 1434, in fuga da una Roma ostile e turbata da sollevazioni popolari.77

[19] Anche in questa occasione non mancarono i lavori di riqualificazione per adeguare le sale alle esigenze del nuovo illustre ospite. Come in precedenza, il cantiere fu avviato quando il pontefice aveva già preso residenza e si prolungò dal giugno del 1434 all'agosto del 1435.78 Tra gli interventi merita ricordare la costruzione nel salone concistoriale di un enorme tramezzo (la soglia era larga 2 braccia e 1/3, approssimativamente 1,36 metri), di un "graticolato" di 140 braccia quadre (81,70 metri quadrati circa) e di un pergamo ligneo. Tornando con la mente alla descrizione tramandata da Borghigiani, viene da pensare che prendesse forma in questo momento quella "cappella sfondata a foggia di tribuna, chiusa con cancello" da lui ricordata, probabilmente funzionale a una migliore separazione degli spazi all'interno della sala.79 Tra i progetti più onerosi realizzati durante il primo soggiorno di Eugenio IV vi fu poi il cosiddetto "tetto dei cardinali", costruito a partire dal dicembre del 1434 nel cortile, con lo scopo di riparare il papa e i cardinali in caso di avverse condizioni meteorologiche.80 La struttura era parte in legno e parte in muratura, con "tre cholonne di macignio", con basi e capitelli, che non sembrano identificabili con quelle disegnate in pianta, e ornata da alcuni affreschi in terra verde dipinti da Pietro di Chiellino.81

[20] Contrariamente a quanto accaduto durante il soggiorno precedente, l'Opera si occupò anche delle spese per rinnovare il refettorio grande dei frati destinato alla Curia pontificia: all'epoca di Eugenio IV sembra quindi che il cantiere degli appartamenti si fosse ulteriormente esteso negli spazi conventuali. Osservando con attenzione la planimetria se ne intuisce il carattere progettuale. La nuova cappella, già ricordata, non fu infatti l'unico cambiamento che si prevedeva di fare: sempre nel braccio settentrionale, la scritta "q[ui] far qucina" (Fig. 10, n. 18b) svela un'altra alterazione dei locali del cenobio, evocando le pressanti esigenze degli ospiti, forse della stessa corte papale.82 La previsione di questo intervento è di estremo interesse, perché potrebbe essere collegabile allo stanziamento del 27 luglio 1434, con il quale gli operai deliberarono la costruzione di una cucina per Eugenio IV, fornendo un ancoraggio cronologico possibile per la planimetria, su cui convergerebbe anche la notizia già citata relativa all'erezione delle stalle.83 L'espansione della corte di Eugenio IV negli ambienti conventuali dovette ulteriormente crescere quando il papa, partito da Santa Maria Novella il 18 aprile 1436, vi fece ritorno il 27 gennaio 1439 (stile comune) per presenziare allo storico Concilio, chiamando a sé, per usare le parole di Vespasiano da Bisticci, "tutti e' dotti uomini [che] erano in Italia et fuori d'Italia".84

[21] Il Concilio, spostato da Ferrara per timore di una pestilenza, ebbe un impatto epocale su Firenze che, com'è noto, andò ben oltre i risvolti politici ed ecclesiastici, offrendo un contributo sostanziale alla riscoperta della cultura ellenica e al rinnovamento degli studi umanistici. Il convento domenicano si trovò a ospitare le delegazioni di cristiani copti dall'Etiopia, "la gran compagnia di principi e signori" che accompagnava l'imperatore dei Greci,85 i più autorevoli teologi domenicani dell'epoca come Giovanni di Montenero e Juan de Torquemada. Tra i primi esponenti del corteo bizantino giunti in città vi fu il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, che morì a Firenze il 10 giugno 1439 e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria Novella, dove il monumento, attraverso le parole di Maffeo Vegio che ne compose l'epitaffio, ancora ricorda il suo impegno per l'unione.86

[22] La sala del papa fu la sede di almeno sette delle otto sessioni del Concilio e anche in questo caso l'Opera di Santa Maria del Fiore e il Comune si fecero carico delle spese di adeguamento, stanziando rispettivamente 300 e 4.000 fiorini, comprensive di "uno bellissimo aparato di panche et luoghi da sedere" nel grande salone.87 L'eccezionale momento storico si chiuse il 26 aprile 1442 con il trasferimento del Concilio a Roma, e nel marzo del 1443 Eugenio IV e la sua corte lasciarono Firenze per Siena.88

[23] La ricostruzione della storia degli appartamenti papali potrebbe e dovrebbe proseguire ancora, indagando da un lato i rinnovamenti per accogliere nuovi ospiti, come l'imperatore Federico III con il nipote Ladislao d'Asburgo (1451), Giovanni II d'Angiò duca di Calabria (1454), papa Pio II (1459), il cardinale Guglielmo Briçonnet (1494),89 fino al fugace ma decisivo passaggio di Leone X il 30 novembre 1515:90 pur durando solo qualche notte, la sua presenza ebbe grandi conseguenze in termini di modifiche e interventi, e comportò addirittura la distruzione della magnifica scala di Ghiberti.91 La perdita fu talmente eclatante da essere rimpianta dai cronisti dell'epoca. Così nelle parole di Giovanni Cambi:

Dipoi v'era una bella schala fatta fare Pippo di Ser Brunelescho [...] molto bella, il che la levorono, e dove ella atraversava lungho il muro del Palazzo, e testava alla Chiesa di S. Nicholo, la feciano a bastoni, e atraversoronno detta schala vechia apunto nel mezzo, il che dispiaque a tutto l'universale.92

E ancora, meriterebbero rinnovata attenzione i nuovi usi cui questi ambienti superbi furono destinati, dal ballo allestito da Lorenzo di Piero de' Medici nel 1465,93 al quale prese parte tutta l'élite fiorentina, fino ai soggiorni di Leonardo da Vinci e Piero di Cosimo, che qui progettarono imprese memorabili.94

[24] La vicenda del 'Laterano fiorentino', sebbene avviata anche per impulso dei Predicatori stessi, offre dunque lo spunto per riflettere su quanto l'ingerenza dei poteri secolari abbia condizionato nel profondo le vicende del cenobio domenicano, trasformandolo in un luogo di massima rappresentanza della città. Una storia che si intreccia con la funzione civica della grande piazza antistante la basilica, che nell'elenco quattrocentesco delle piazze più belle di Firenze figura al sesto posto come "piaza del Papa",95 a sottolineare quanto il secolo dei papi, meraviglioso ed effimero, dovette condizionare la visione stessa di Santa Maria Novella nell'immaginario collettivo cittadino.

Reviewers
Corinna T. Gallori, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), Bioggio
Edoardo Rossetti, Università degli Studi di Napoli Federico II

Handling Editor
Susanne Kubersky-Piredda, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, Rome

Citation
Gaia Ravalli, "Una reggia nel convento: gli appartamenti papali di Santa Maria Novella nel Quattrocento", in: RIHA Journal 17, 2 (2026), DOI: https://doi.org/10.11588/riha.2026.2.107572.

License
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1 Il saggio riprende un capitolo della mia tesi di perfezionamento: Gaia Ravalli, Attraverso Santa Maria Novella. Spazio, culto, decorazione tra XIII e XVI secolo, tesi di dottorato, relatori Maria Monica Donato † e Massimo Ferretti, Pisa, Scuola Normale Superiore, 2019, 202-212, 216-239, figg. 352-375. Il contributo è stato presentato al convegno Mendikanten, Humanisten und die Ästhetik der Civitas. Debatten und politische Kultur im 14. und 15. Jahrhundert und ihre Wirkung auf Kunst, Architektur und den urbanen Raum (Roma, Bibliotheca Hertziana, 5–6 ottobre 2021). Ringrazio per il prezioso confronto Giulia Ammannati, Davide Baldi, Gianluca Belli, Luca Boschetto, Silvia Colucci, Giacomo Guazzini, Mauro Mussolin, Leonardo Pili e Katharine Stahlbuhk.

2 Ricordo i recenti contributi di Luca Boschetto (Società e cultura a Firenze al tempo del Concilio: Eugenio IV tra curiali, mercanti e umanisti 1434–1443, Roma 2012 [= Libri, carte, immagini, 4], 170-237) e quelli di Davide Baldi ("I 'Documenti del Concilio' di Firenze e quasi sei secoli di storia", in: Rivista di storia e letteratura religiosa 53 [2017], 287-374; Davide Baldi, "Il Concilio di Firenze: concilio di Chiese, di popoli e di culture", in: Alessandro Diana e Caterina Fioravanti, a cura di, "Per omnia litora". Interazioni artistiche, politiche e commerciali lungo le rotte del Mediterraneo tra XIV e XV secolo, atti del convegno [Pisa, 9 giugno 2017], Pisa 2023, 341-372; Davide Baldi, "Santa Maria Novella, i Domenicani e il Concilio di Firenze", in: Luciano Cinelli e Pierantonio Piatti, a cura di, I Domenicani e i Concili, atti del convegno [Roma, 23–24 giugno 2016], in: Memorie domenicane 53-54 [2025], 167-218). Nella vasta letteratura sull'argomento si segnalano poi: Joseph Gill, The Council of Florence, Cambridge (UK) 1959, ried. 1982; Joseph Gill, Concilio di Firenze, trad. Andrea Orsi Battaglini, Firenze 1967 (= Biblioteca storica Sansoni, 45); Giuseppe Alberigo, a cura di, Christian Unity: The Council of Ferrara-Florence 1438/39–1989, Lovanio 1991; Paolo Viti, a cura di, Firenze e il Concilio del 1439, atti del convegno (Firenze, 29 novembre–2 dicembre 1989), 2 voll., Firenze 1994 (= Biblioteca storica toscana, I, 29).

3 Stefano Orlandi, "Il Concilio Fiorentino e la residenza dei papi in Santa Maria Novella", in: Memorie domenicane 39, 2 (1963), 69-90; 39, 3 (1963), 125-151.

4 Archivio del convento di Santa Maria Novella di Firenze (d'ora in poi ASMNFi), I.B.87, ins. 14, Margaret Haines, Gli appartamenti papali in SMN per Eugenio IV nella sua prima permanenza a Firenze, 1434–1436, 1979, dattiloscritto inedito.

5 Luke Bancroft, Housing the Popes: Florence and the Papacy, 1419–1443, Ph.D. Diss., Monash University, Melbourne, 2017, DOI: https://doi.org/10.4225/03/5a2db3e24e9a9.

6 D'ora in poi AOSMFFi. I documenti dal 1417 al 1434 sono trascritti nell'archivio digitale: Margaret Haines, a cura di, Gli anni della cupola, ed. 2015, http://duomo.mpiwg-berlin.mpg.de (accesso 15 ottobre 2025); a tale edizione critica si fa qui riferimento. Sul progetto: Margaret Haines, "Gli anni della cupola. Archivio digitale delle fonti dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Edizione di testi con indici analitici e strutturali", in: Reti medievali 3, 2 (2002), 1-9. Sugli appartamenti si vedano inoltre: Enrico Bulli, "Cenni storici sui locali occupati in Firenze dalla Scuola Centrale dei Carabinieri", in: Rivista dei carabinieri reali 2 (1935), 1-14; Stefano Orlandi, Necrologio di S. Maria Novella. Testo integrale dall'inizio (1235) al 1504, 2 voll., Firenze 1955, vol. 2, 143-145; Francesco Quinterio, in: Lorenzo Ghiberti. "Materia e ragionamenti", cat. mostra, Firenze 1978, 489-491, tav. L.VI; Francesco Quinterio, "Filippo di Giovanni: quattro cantieri col Ghiberti", in: Lorenzo Ghiberti nel suo tempo, atti del convegno (Firenze, 18–21 ottobre 1978), 2 voll., Firenze 1980, vol. 1, 643-664; Luigi Nobili, "Il convento di Santa Maria Novella: la sua vita e le sue trasformazioni attraverso i secoli", in: Luigi Nobili, Il convento di Santa Maria Novella in Firenze, sede della Scuola Sottufficiali Carabinieri, Milano 1994, 31-54; Mary Bergstein, The Sculpture of Nanni di Banco, Princeton (NJ) 2000, 54-57; Luca Boschetto, "I domenicani di Santa Maria Novella nella cultura umanistica e teologica fiorentina", in: Andrea De Marchi, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 2: Dalla "Trinitàquot; di Masaccio alla metà del Cinquecento, Firenze 2016, 13-31: 16-17; Paolo Bertoncini Sabatini, "Santa Maria Novella e l'architettura del classicismo umanistico: la luce della ratio, il volo dell'ars", in: Andrea De Marchi, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 2: Dalla "Trinità" di Masaccio alla metà del Cinquecento, Firenze 2016, 33-57: 33-35.

7 Per un'analisi delle possibili ragioni di questo affidamento: Bancroft (2017), 89-91.

8 Si veda Marco Campigli, "Il Cinquecento, fino a Vasari: pittura e scultura", in: Andrea De Marchi, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 2: Dalla "Trinità" di Masaccio alla metà del Cinquecento, Firenze 2016, 239-261: 239-244.

9 Si veda Riccardo Spinelli, "Il monastero della Santissima Concezione di Maria o 'Monastero Nuovo' di via della Scala", in: Riccardo Spinelli, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 3: Dalla ristrutturazione vasariana e granducale ad oggi, Firenze 2017, 319-337, con ricca documentazione inedita.

10 Si veda Elena Marconi, "Il 'Monastero Nuovo', da cenobio mediceo a educandato leopoldino", in: Riccardo Spinelli, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 3: Dalla ristrutturazione vasariana e granducale ad oggi, Firenze 2017, 339-346.

11 ASMNFi, I.A.29, 110-111. Per una nuova ricostruzione delle fasi edilizie del convento: Ravalli (2019), 162-187; Silvia Colucci, "Il Chiostro Verde in Santa Maria Novella. Appunti sulla storia della costruzione e della decorazione", in: Cecilia Frosinini, a cura di, Paolo Uccello a Santa Maria Novella: restauro e studi sulla tecnica in terraverde, Firenze 2021 (= Problemi di conservazione e restauro, 56), 25-51.

12 Per un approfondimento: Ravalli (2019), 199-201.

13 ASMNFi, I.A.27, 118, s.a. 1384, il convento prende in prestito grosse somme; ASMNFi, I.A.27, 121, s.a. 1385, "si prende in prestito da morti secolari per campare"; ASMNFi, I.A.27, 128, s.a. 1389, "si tira avanti per via d'imprestiti [...] d'accatti e di limosine"; ASMNFi, I.A.27, 145, s.a. 1397, "povertà del convento e scarsezza di limosine"; ASMNFi, I.A.27, 199, s.a. 1415.

14 ASMNFi, I.A.27, 181, s.a. 1408.

15 ASMNFi, I.A.27, 131, s.a. 1391; ASMNFi, I.A.27, 153, s.a. 1401; ASMNFi, I.A.27, 174, s.a. 1406, una ricca mitria fu venduta al vescovo Jacopo Altoviti con il patto che venisse restituita dopo la morte.

16 ASMNFi, I.A.29, 147, s.a. 1384; ASMNFi, I.A.14, 83r-v, s.a. 1385; ASMNFi, I.A.27, 120, s.a. 1385, 122, s.a. 1386; ASMNFi, I.A.29, 150, s.a. 1386. La lottizzazione e la vendita dell'orto dell'infermeria dovette dar vita a parte del complesso di abitati tra via di Ripoli e il convento, contribuendo a ridefinire il confine occidentale della piazza Nuova.

17 Miklós Boskovits (Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento. 1370–1400, Firenze 1975, 41-46) titolava un capitolo del suo celebre studio "Il decennio della crisi (1370–1380)", analizzando la tendenza nel contesto cittadino.

18 Sul Dati: Orlandi (1955), vol. 1, 151; vol. 2, 134-166; Paolo Viti, "Dati, Leonardo", in: Dizionario biografico degli Italiani, vol. 33, Roma 1987, 40-44; Daniele Penone, I domenicani nei secoli. Panorama storico dell'ordine dei frati predicatori, Bologna 1998, 206-211; Alberto Cadili, "I domenicani e gli inizi del Concilio di Basilea: Giovanni da Ragusa e Giovanni Nider tra riformismo e conciliarismo", in: Luciano Cinelli e Pierantonio Piatti, a cura di, I Domenicani e i Concili, atti del convegno (Roma, 23–24 giugno 2016), in: Memorie domenicane 53-54 (2025), 105-166: 111 nota 20.

19 Sul pontefice si rimanda alla sintesi di Concetta Bianca, "Martino V", in: Enciclopedia dei papi, 3 voll., Roma 2000, vol. 2, 619-634, con bibliografia.

20 Lo stesso trattamento venne offerto anche a Carlo di Valois nel 1301; cfr. Dino Compagni, Cronica [c. 1310–1312], a cura di Davide Cappi, Roma 2013, 57-58.

21 Giulio Salvadori e Vincenzo Federici, "I sermoni d'occasione, le sequenze e i ritmi di Remigio Girolami fiorentino", in: Scritti vari di filologia, Roma 1901, 455-508: 484; Johannes W. Gaye, Carteggio inedito d'artisti dei secoli XIV, XV, XVI, 3 voll., Firenze 1839–1840, vol. 1, 456. Sulla vicenda: Ravalli (2019), 166-167, nota 653.

22 Si vedano Anthony Molho e Franek Sznura, a cura di, Alle bocche della piazza. Diario di anonimo fiorentino (1382–1401), Firenze 1986, 101; Bartolomeo del Corazza, Diario fiorentino (1405–1439), a cura di Roberta Gentile, Anzio 1991 (= Biblioteca toscana di storia e letteratura, 1), 24-25, 43-44; ASMNFi, I.A.29, 207, s.a. 1407; ASMNFi, I.A.27, 192, s.a. 1413; Giovanni Cambi, Istorie [ante 1579], pubblicate, e di annotazioni, e di antichi munimenti accresciute, ed illustrate da Fr. Ildefonso di San Luigi. Volume primo, Firenze 1785 (= Delizie degli eruditi toscani, 20), 139. In questo torno d'anni Santa Maria Novella non era l'unico luogo riservato alla 'ospitalità' ufficiale fiorentina: oltre a palazzi di importanti cittadini privati (come Matteo Scolari), a istituzioni ricettive vere e proprie (come l'albergo della Corona), si segnala il significativo ruolo del convento di Santa Croce, nella cui piazza tra l'altro si svolgevano buona parte delle giostre cittadine. Santa Croce però aveva una forte connotazione politica, rivestendo un punto di riferimento per l'opposizione filo-medicea, fatto che, assieme alle altre valutazioni qui esposte, rendeva forse più appetibile la scelta di Santa Maria Novella; si veda Eva Mori, Lo spettacolo nella Firenze oligarchica durante l'egemonia degli Albizzi (1382–1434), tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2013, https://hdl.handle.net/2158/861517, 266, 268, 270, 272, 327, 332, 338, 342, 344, 374, 380, 410. La stessa studiosa sottolinea come il convento dei Predicatori fosse comunque già all'epoca, oltre a una sede fondamentale per i pranzi e i banchetti che seguivano le manifestazioni festive, il "luogo principale per l'accoglienza di ambascerie e delegazioni", ivi, 83.

23 Matteo Villani, "Cronica", in: Cronica di Matteo e Filippo Villani, con le Vite d'uomini illustri fiorentini di Filippo e la Cronica di Dino Compagni, Milano 1834, 1-378: 254.

24 La posizione è segnalata dallo stemma Saltarelli sul pilastro nell'angolo sud-occidentale del Chiostro Grande, cfr. anche ASMNFi, I.A.26, 87, 344-345; ASMNFi, I.A.29, 195, s.a. 1406; Ravalli (2019), 182-185.

25 ASMNFi, I.A.26, 343, 345; ASMNFi, I.A.28, 363; cfr. anche l'ipotesi di Orlandi (1955), vol. 1, 353. Sulla chiesetta Acciaiuoli: Giovanni Giura, "La seconda età della pittura in Santa Maria Novella", in: Andrea De Marchi, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 2: Dalla "Trinità" di Masaccio alla metà del Cinquecento, Firenze 2016, 97-153: 111-112; Ravalli (2019), 169, 190-191.

26 Archivio di Stato di Firenze (d'ora in poi ASFi), Provvisioni Registri, 108, 227r-v; reso noto da Gaye (1839–1840), vol. 1, 546-547; stralci in Bancroft (2017), 85.

27 Pagolo di Matteo Petriboni, Priorista (1407–1459) with Two Appendices (1282–1406), a cura di Jacqueline A. Gutwirth, Roma 2001 (= Studi e testi del Rinascimento europeo, 10), 118; cfr. anche Filippo Rinuccini, Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini dal 1282 al 1460 colla continuazione di Alamanno e Neri, suoi figli, fino al 1506 [1460–1530], a cura di Giuseppe Aiazzi, Firenze 1840, LVI-LVII; sul cronista si veda il profilo di Gabriella Battista, "Petriboni, Paolo di Matteo", in: Dizionario biografico degli Italiani, vol. 82, Roma 2015, 705-707. Giuseppe Richa (Notizie istoriche delle chiese fiorentine, divise ne' suoi quartieri, vol. 3/1, Firenze 1755, 32) ricorda anche i componenti del comitato cittadino deputato a soprintendere la fabbrica. Per un prospetto dettagliato sulle fonti relative agli appartamenti papali: Ravalli (2019), 202-211, 216-234; una selezione dei passi più rilevanti in Baldi (2025), 169-174.

28 Modesto Biliotti, "Chronica pulcherrimae aedis magnique coenobii S. Mariae cognomento Novellae Florentinae civitatis [1586 circa]", in: Analecta sacri ordinis Fratrum Praedicatorum 23 (1915), 383-395: 384, 386. La traduzione è di Baldi (2025), 169. Cfr. anche ASMNFi, I.A.28, 326, s.a. 1330; ASMNFi, I.A.29, 64.

29 ASMNFi, I.A.29, 233.

30 AOSMFFi, II.1.75, 20r, 22 aprile 1419; II.1.75, 48r, 22 aprile 1419. Cfr. anche Eugène Müntz, Les arts à la cour des papes: nouvelles recherches sur les pontificats de Martin V, d'Eugène IV, de Nicolas V, de Calixte III, de Pie II et de Paul I, Roma 1884, 280.

31 AOSMFFi, II.1.75, 17r, 6 aprile 1419. I documenti attestano la presenza degli operai Jacopo Salviati, Ugolino di Jacopo Mazzinghi, Niccolò di Giovanni di ser Segna e del legnaiolo Michele di Ciapo Canacci (AOSMFFi, II.1.76, 51r-v, 13 settembre 1419). Gran parte delle opere di concio e muratura furono eseguite dal lastraiolo Andrea di Nofri che, con il fratello Giuliano, aveva una bottega specializzata nella lavorazione della pietra, si veda Andrea Franci, "Giuliano di Nofri scultore fiorentino", in: Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz 45 (2001), 431-468: 435, 464.

32 AOSMFFi, II.1.75, 5v, 3 febbraio 1418/1419.

33 Le finestre non erano probabilmente più visibili nel XVIII secolo, come suggerisce il disegno del prospetto in ASFi, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese (d'ora in poi CRSGF), 102, 107, Raccolta delle Piante degli Effetti che possiede il V.b.le Convento di S. M. Novella di Firenze dell'Ordine dei Predicatori fatta da F. Vincenzio Ciomei Religioso del 1768, 36-37 (Fig. 10). Per gli stemmi, si veda più avanti in questo testo.

34 Richa (1755), tav. 117. La pianta ricostruisce ipoteticamente l'assetto del piano nobile nel Quattrocento ed è riproposta in ASFi, CRSGF, 102, 107, 54-55.

35 ASFi, MM, 93/III, ins. 114, sul verso è scritto a inchiostro: "Disegnio·della Sala/ del papa he·abitatione/ A Santa·Maria Novella", con sotto aggiunto da mano successiva "(sec. XVI)"; disegno a penna su carta 420 × 595 mm. Il documento è reperibile anche nel catalogo digitale "Imago Tusciae"; nella scheda redatta da Anna Guarducci si propone, senza argomentare, una data tra 1470 e 1530: https://archiviodistatopistoia.cultura.gov.it/archivi-digitalizzati/imago-tusciae, ID 16267 (accesso 15 ottobre 2025).

36 Dal punto di vista paleografico, la scrittura è una mercantesca, come indicato dalla presenza di alcune forme di lettera distintive, come la a con l'ultimo tratto molto prolungato verso destra o la g maiuscola; arcaizzante è la forma con occhiello talvolta impiegata per la lettera s, attestata già negli anni Trenta e Quaranta del Quattrocento, mentre più moderna è la semplificazione delle aste delle lettere l, b e h, a testimonianza di una contaminazione con la scrittura umanistica. Ringrazio per queste osservazioni Irene Ceccherini dell'Università di Firenze. Le dimensioni della carta, ornata da una filigrana raffigurante due frecce decussate, sono 420 × 595 mm circa, quindi quasi corrispondenti a una reale. Come mi segnala Mauro Mussolin, la qualità e la fattura della carta suggeriscono una provenienza da Fabriano. La distanza tra i filoni è di 40 mm e la filigrana, apposta sul filone supplementare, misura 75 × 47 mm circa. Il motivo delle frecce decussate, di cui non si è trovato un esemplare identico, risulta in uso dalla seconda metà del Trecento fino al XVI secolo, cfr. Charles-Moïse Briquet, Les filigranes. Dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1282 jusqu'en 1600, Parigi 1907, 361-362, nn. 6267-6284; Livia Faggioni, a cura di, I segni delle antiche cartiere fabrianesi di Augusto Zonghi, vol. 1: Album, Fabriano 2020, tavv. LXXXVII-LXXXVIII.

37 La scala metrica usata è il braccio fiorentino da panno, pari a 58,36 cm circa. Risultano inesatte le misure fornite da Richa ([1755], 117), ossia 138 braccia (80,5 m circa) per 23 (13,5 m circa), con un'altezza massima di 22 braccia (12,8 m circa).

38 AOSMFFi, II.1.75, 25v, 49v, 6 maggio 1419; II.1.75, 26r, 27r, 10 maggio 1419; II.1.77, 56v, 31 gennaio 1419/1420; II.4.8, 66, 31 gennaio 1419/1420. Da una descrizione del 1515 sappiamo che la sala "era parata [...] di panni d'arazzi, ed era parata ancora el cielo d'azzurro, cioè di rovesci pieni di rosoni e d'arme papale e di orpegli e festoni di verzura, che era una cosa bellissima", dalle "Ricordanze di Bartolomeo Masi calderaio fiorentino dal 1478 al 1526", a cura di Giuseppe Odoardo Corazzini, Firenze 1906, 163.

39 AOSMFFi, II.1.75, 50r, 10 maggio 1419; II.4.8, 43r, 49r, 10 maggio 1419; II.1.76, 49v, 19 luglio 1419; II.4.8, 50v, 19 luglio 1419. Alcune delle spese, assieme ad altre relative al soggiorno fiorentino dei papi, sono registrate anche tra i mandati della Camera apostolica nel fondo Camerale I dell'Archivio di Stato di Roma (ASRm). I mandati per il periodo 1417–1421 sono pubblicati in: Eugène Müntz, Les arts à la cour des papes pendant le XV. et le XVI. siècle. Martin V – Pie II: 1417–1464, Roma 1878; per il documento in questione, datato 1° luglio 1419 (altare, banchi e sedili): ivi, 7. Un altro registro di spese è conservato invece in ASRm, Fondo acquisti e doni, 53, doc. 8, relativo al periodo dal 3 agosto 1419 al 1° marzo 1420; un regesto, per cui ringrazio il primo revisore dell'articolo, si trova in Enzo Bentivoglio, "Documenti romani di architettura, arte e storia dei secoli XV e XVI", in: Quaderni del Dipartimento Patrimonio Architettonico e Urbanistico 10, 19-20 (2000 [2002]), 53-112: 102-103. Merita ricordare che Bernardo di Matteo di Stefano fu un importante maestro nell'arte del vetro: lavorò per gli Acciaiuoli nella cappella di San Niccolò in Santa Maria Novella (1405), in Orsanmichele e tra il 1419 e il 1425 in Santa Maria del Fiore, realizzando assieme a Lorenzo Ghiberti alcuni degli oculi di facciata; cfr. Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori scultori e architettori, a cura di Karl Frey, Monaco di Baviera 1911, 380. La natura eterogenea degli incarichi per cui viene pagato dalla Camera apostolica fa ipotizzare che avesse un ruolo di supervisione più che di manodopera.

40 Cit. in Müntz (1878), 7-8.

41 AOSMFFi, II.1.75, 12r, 46v, 17 marzo 1418/1419 (pitture); II.4.8, 39v, 17 marzo 1418/1419; II.1.75, 52r, 22 giugno 1419 (tetto, soppalco e sopraletto); II.1.76, 49v-50r, 19 luglio 1419 (imbiancatura); II.1.76, 51r-v, 13 settembre 1419 (tetto e porta); Müntz (1878), 8 (10 luglio 1419,"lectiga").

42 Sulla camera dei paramenti nel Palazzo Vaticano, si veda Maria Teresa Gigliozzi, I palazzi del papa. Architettura e ideologia: il Duecento, Roma 2003 (= La corte dei papi, 11), 32, 59, 76, 77, 84-85. La successione si ritrova in piccolo anche nei palazzi di Viterbo, Orvieto, Rieti.

43 AOSMFFi, II.1.75, 52r, 22 giugno 1419; II.4.8, 47r, 22 giugno 1419.

44 AOSMFFi, II.1.75, 12r, 46v, 17 marzo 1418/1419; II.4.8, 39v, 17 marzo 1418/1419.

45 Come notato da Katharine Stahlbuhk (Oltre il colore: die farbreduzierte Wandmalerei zwischen Humilitas und Observanzreformen, Berlino 2021, 100-104), che ha analizzato sistematicamente la diffusione della terra verde negli ambienti conventuali, quali ad esempio le biblioteche, favorita dalla credenza che questo colore facilitasse la calma e la meditazione. Per la camera di Martino V, la studiosa evoca come possibile precedente il cubiculum di Benedetto XII nel Palazzo dei Papi ad Avignone, affrescato con girali vegetali su fondo verde. Su questa decorazione si vedano anche Étienne Anheim, "Le rinceau et l'oiseau. Le décor de la chambre de Benoît XII au Palais des papes d'Avignon", in: Jean-Philippe Jenet, a cura di, La légitimité implicite, Parigi/Roma 2015, https://doi.org/10.4000/books.psorbonne.6599, 359-374; Dominique Vingtain, "Asseoir son pouvoir, légitimer sa présence", in: Serena Romano e Marco Rossi, a cura di, Strategie urbane e rappresentazione del potere. Milano e le città d'Europa 1277–1385, Cinisello Balsamo 2023 (= Milano e l'Europa nel Trecento, 1), 70-82.

46 AOSMFFi, II.1.76, 50r, 19 luglio 1419; II.4.8, 50v. Anche il cronista Vincenzio Fineschi (Il forestiero istruito, Firenze 1790, 81) ricordava su base documentaria una cappella di Martino V dipinta nel 1418.

47 Cit. in Bentivoglio (2000 [2002]), 102-103.

48 Si veda Gigliozzi (2003), 32, 59, 77, 83-84.

49 ASMNFi, I.A.29, 233-234.

50 Si vedano Petriboni (ed. 2001), 261-262; Orlandi (1963), 76.

51 Si veda Gigliozzi (2003), 83-84.

52 Come mi fa notare Gianluca Belli, questa sopraelevazione era probabilmente strutturale, dato che il braccio occidentale e quello settentrionale avevano, e hanno tuttora, quote diverse.

53 AOSMFFi, II.1.76, 50r, 19 luglio 1419; II.4.8, 50v; II.1.76, 21r, 21 ottobre 1419, il verone fu coperto da un tetto.

54 Vespasiano da Bisticci, Le vite [1480–1493], a cura di Aulo Greco, Firenze 1970, vol. 1, 470-471. La filastrocca ai danni del pontefice recitava: "Braccio valente vince ogni gente, Papa Martino non vale un quattrino", si veda Pier Luigi Falaschi, "Fortebracci, Andrea", in: Dizionario biografico degli Italiani, vol. 49, Roma 1997, 117-127.

55 Leonardo Bruni, Rerum suo tempore in Italia gestarum commentarius. Eiusdem de rebus Graecis Liber [1475], Lugduni 1539, 38, "Memini, in cubiculo eius fuisse, cum unus, aut alter cubiculariorum adessent, praeterea nemo: ambulabat ille de bibliotheca ad fenestram, quae hortos respicit". Del resto, la biblioteca, individuabile in una tra le stanze presso l'angolo nord-ovest (Fig. 10, nn. 14a, 15 o 15a), era prevista all'interno del palazzo papale fin dal Duecento, come anche l'archivio. Si veda Gigliozzi (2003), 31.

56 ASMNFi, I.A.26, 361; cfr. anche Orlandi (1955), vol. 1, 353, con la data errata 1343.

57 L'ingombro complessivo della rampa è stimabile in circa 18 × 5,8 metri. Per le fondazioni: AOSMFFi, II.1.76, 48r, 48v, 21 agosto 1419; II.4.8, 53r, 21 agosto 1419; Müntz (1878), 8.

58 AOSMFFi, II.1.75, 17r, 6 aprile 1419; II.1.75, 29r, 20 maggio 1419. Anche il pittore Giuliano d'Arrigo, detto Pesello, venne pagato "pro designo scalarum habitationis domini Pape" (AOSMFFi, II.1.77, 61v, 15 marzo 1419/1420; II.4.8, 72v, 15 marzo 1419/1420), ma quasi un anno dopo, quando il cantiere era apparentemente concluso (Müntz [1878], 8; AOSMFFi, II.1.76, 7r, 2 agosto 1419; AOSMFFi, II.1.76, 11r, 31 agosto 1419). È stato supposto che Pesello fosse in competizione con Ghiberti e che soltanto uno dovesse essere considerato l'architetto di tutti gli appartamenti (cfr. James Wood Brown, The Dominican Church of Santa Maria Novella at Florence: A Historical, Architectural, and Artistic Study, Edimburgo 1902, 90), mentre secondo Even si sarebbe trattato di un'impresa di collaborazione tra Pesello, Ghiberti e Pippo di Giovanni (Yael M. Even, Artistic Collaboration in Florentine Workshops: Quattrocento, Ph.D. Thesis, Columbia University, New York 1984, 37-42). Sembra invece plausibile che il progetto di Pesello possa riferirsi a una scala diversa: sappiamo infatti che al primo piano del braccio occidentale, fin dal secolo precedente, quando era ancora destinato a dormitorio, si accedeva attraverso una scala nell'angolo nord-ovest, ancora esistente nel 1586: cfr. Biliotti (ed. 1915), 384, 386-387. La presenza di altre scale è confermata anche dalla pianta e da documenti, cfr. AOSMFFi, II.1.81, 25v, 16 ottobre 1422, l'ingresso del palazzo è descritto "in capite primarum scalarum dicti palatii"; in un atto del 1439 si registra il rifacimento di due scale, cfr. Georgius Hofmann, a cura di, Acta Camerae apostolicae et civitatum Venetiarum, Ferrariae, Florentiae, Ianuae de Concilio Florentino, Roma 1950 (= Concilium Florentinum: Documenta et scriptores, 3,1), 55-56.

59 AOSMFFi, II.1.76, 7r, 2 agosto 1419; AOSMFFi, II.1.76, 11r, 31 agosto 1419.

60 "Che le scale dell'abitazione del Papa in Santa Maria Novella siano nella corte dove ora sono, ovvero dov'è la cappella di San Niccolò, e che le scale comincino dal lato dal quale ora finiscono, così che vadano in senso contrario [...] e sia rimosso il muro che ora è in detta corte dalla parte dell'orto e sia fatto un altro muro in luogo del detto muro da abbattere nel detto orto" (AOSMFFi, II.1.75, 29r, 20 maggio 1419; la traduzione è mia). Sull'attività di Ghiberti scultore e orafo a Santa Maria Novella: Aldo Galli e Neville Rowley, "Un vergiliato tra le sculture del Quattrocento", in: Andrea De Marchi, a cura di, Santa Maria Novella. La basilica e il convento, vol. 2: Dalla "Trinità" di Masaccio alla metà del Cinquecento, Firenze 2016, 59-95: 66-67; Christopher R. Lakey, "'Le sculture sottili': Light, Optics, and Theories of Relief in Ghiberti's Third Commentary", in: Fabian Jonietz, Wolf-Dietrich Löhr e Alessandro Nova, a cura di, Ghiberti teorico. Natura, arte e coscienza storica nel Quattrocento, Milano 2019, 191-206.

61 AOSMFFi, II.4.8, 56r, 7 ottobre 1419; II.1.76, 53r, 7 ottobre 1419.

62 "e feciesi del chortile piazza", cfr. Giovanni Cambi, Istorie [ante 1579], pubblicate, e di annotazioni, e di antichi munimenti accresciute, ed illustrate da Fr. Ildefonso di San Luigi. Volume terzo, Firenze 1786 (= Delizie degli eruditi toscani, 22), 84.

63 Si veda Boschetto (2012), 30, nota 80.

64 Per un'introduzione ai metodi di rappresentazione dell'architettura si rimanda ai classici Wolfgang Lotz ("La rappresentazione degli interni nei disegni architettonici del Rinascimento", in: Wolfgang Lotz, L’architettura del Rinascimento, a cura di Massimo Bulgarelli, Milano 1989 [ed. or. Monaco di Baviera 1964], 89-119); Christoph Luitpold Frommel ("Sulla nascita del disegno architettonico", in: Henry Millon e Vittorio Magnago Lampugnani, a cura di, Rinascimento da Brunelleschi a Michelangelo. La rappresentazione dell'architettura, cat. mostra, Milano 1994, 101-122); James S. Ackerman, "The Origins of Architectural Drawing in the Middle Ages and Renaissance", in: James S. Ackerman, Origins, Imitation, Conventions. Representation in the Visual Arts, Cambridge (Mass.) 2001, 27-65). Sulle convenzioni grafiche nel campo del rilievo degli edifici, si vedano inoltre: Mario Docci e Diego Maestri, Storia del rilevamento architettonico e urbano, Bari 1993, 63-133; Roberta Spallone, Rappresentazione e progetto. La formalizzazione delle convenzioni del disegno architettonico, Alessandria 2012, 31-52. Ringrazio Mauro Mussolin per i preziosi consigli.

65 Il primo pagamento è del 18 gennaio (AOSMFFi, II.1.77, 55r, 18 gennaio 1419/1420; II.4.8, 64r, 18 gennaio 1419/1420), mentre il saldo finale è registrato il 21 febbraio (AOSMFFi, II.1.77, 58v, 21 febbraio 1419/1420; II.4.8, 68r, 21 febbraio 1419/1420). Il blocco di macigno però era già stato procurato l'anno precedente (AOSMFFi, II.1.77, 65v, 19 aprile 1419; II.4.8, 75v, 19 aprile 1419). Sul Marzocco: Francesco Caglioti, "Al Bargello intorno al San Giorgio, al Marzocco e al David", in: Francesco Caglioti, a cura di, Donatello. Il maestro del Rinascimento, cat. mostra, Venezia 2022, 346-347; F. Caglioti, ivi, cat. n. 12.2, 352-353; Galli e Rowley (2016), 66-67.

66 Ad esempio Petriboni (ed. 2001), 117.

67 AOSMFFi, II.1.75, 12r, 46v, 17 marzo 1418/1419 (pitture); II.4.8, 39v, 17 marzo 1418/1419.

68 AOSMFFi, II.1.81, 25v, 16 ottobre 1422.

69 ASMNFi, I.A.29, 255; la lacuna è risolta in Orlandi (1963), 82. Una rovinatissima iscrizione a guazzo commemorante il Concilio esisteva ancora su questa facciata nel 1872, quando si chiese di rinnovarla, in virtù della sua importanza storica, cfr. Archivio Storico delle Gallerie Fiorentine, Commissione consultiva delle opere d'arte, 1872, n. 37, rapporto del 25 settembre 1872.

70 Così recita l'attuale targa marmorea: "Aedes cerne viator /ubi plures morati sunt pontifices /atque celebratae sessiones praeliminares /oecumenici Concilii florentini /coram Eugenio IV inde graeca Ecclesia /diuturno schismate avulsa/ ad catholicam rediit unitatem /Anno Domini MCCCCXXXIX". Datata al XVI secolo (Baldi [2017], 360), potrebbe però essere un'aggiunta recenziore: è, infatti, ignorata dai cronisti tra Sei e Settecento e manca nel prospetto realizzato da Ciommei nel 1768 (ASFi, CRSGF, 102, 107, 36-37); inoltre, come mi segnala Silvia Colucci, nella ristampa del Forestiero istruito di Fineschi (1790, ed. 1836, 77) si ricorda la recente aggiunta del "cartello del concilio", forse identificabile con questa epigrafe.

71 AOSMFFi, II.1.75, 29r, 29 maggio 1419.

72 Sulla lunga vicenda degli stemmi, durata quasi un anno: Bergstein (2000), 148-151; Bancroft (2017), 98-100, che però non commenta la presenza delle insegne ancora al suo posto.

73 Bergstein (2000), 148-151, con bibliografia precedente. I documenti relativi sono: AOSMFFi, II.1.75, 50r; II.4.8, 43r, 49r, 10 maggio 1419. I due stemmi furono forse dipinti da Stefano del Nero, incaricato di policromare "due compassi col segno dell'arte della lana" (AOSMFFi, II.1.77, 57v, 13 febbraio 1419/1420; II.4.8, 67v, 13 febbraio 1419/1420). Oltre a Nanni di Banco, gli altri artefici coinvolti furono Nanni di Piero del Ticcio, Pippo di Cristofano e Andrea di Nofri.

74 Cfr. Quinterio (1980), 659.

75 AOSMFFi, II.1.79, 12v, 16 agosto 1421; la traduzione è mia.

76 Richa (1755), 116; ASMNFi, I.A.29, 329, 330, 333.

77 I resoconti più dettagliati dell'ingresso papale in città sono tramandati da Bartolomeo del Corazza (ed. 1991), 73-74 e da Petriboni (ed. 2001), 251-252.

78 Sul primo soggiorno di Eugenio IV si veda in particolare l'accuratissimo Boschetto (2012), 93-141; per i lavori agli appartamenti è fondamentale ASMNFi, I.B.87, ins. 14, con documenti; cfr. anche Bancroft (2017), 164-179. Sul papa: Denys Hay, "Eugenio IV", in: Enciclopedia dei papi, 3 voll., Roma 2000, vol. 2, 634-640.

79 Di diverso avviso Margaret Haines (ASMNFi, I.B.87 ins. 14, 5). Per i documenti relativi al tramezzo: AOSMFFi, II.4.13, 84r (c. 83 ant.), 13 dicembre 1434; II.4.13, 89r (88r ant.), 31 gennaio 1434/1435; II.4.13, 90v (89v ant.), 15 febbraio 1434/1435; II.4.13, 94r (93r ant.), 30 marzo 1435. Per il graticolato: AOSMFFi, II.4.13, 98r (97r ant.), 29 aprile 1435; II.2.1, 228v, 18 marzo 1434/1435. Per il cardinaletto di macigno: AOSMFFi, II.4.13, 94r (93r ant.), 1° aprile 1435.

80 I pagamenti sono accuratamente trascritti da Haines, che però colloca il tetto nel Chiostro Grande (ASMNFi, I.B.87, 6); sulla decorazione in terra verde: Stahlbuhk (2021), 103. Un tettuccio proteggeva anche la porta su via della Scala: Quinterio (1978), 490.

81 La colonna di destra delle tre disegnate in pianta appare infatti di dimensioni minori e pertinente alla rampa. Su Pietro di Chiellino: AOSMFFi, II.4.13, 95r (c. 94 ant.), 4 aprile 1435. Il pittore fu con Bicci di Lorenzo il responsabile di tutte le imprese decorative compiute in questo periodo, tra cui si segnala anche una "Madonna col Bambino".

82 Come mi fa notare Luca Boschetto, questa scritta, come quella relativa alla nuova cappella, sembra di mano diversa rispetto all'estensore principale del progetto, a corroborare l'idea del carattere progettuale del rilievo, con modificazioni in corso d'opera. Non ha dato al momento frutti il tentativo effettuato nell'ambito di questa ricerca di attribuire una paternità alla pianta su base paleografica.

83 AOSMFFi, II.2.1, 219r, 27 luglio 1434. Giulia Ammannati, che ringrazio, mi conferma che anche da un punto di vista paleografico la scrittura non presenta caratteri in palese contrasto con questa proposta di datazione.

84 Vespasiano da Bisticci (ed. 1970), vol. 1, 17.

85 Elena Gurrieri, Kathleen Olive e Nerida Newbigin, a cura di, Codice Rustici. Dimostrazione dell'andata o viaggio al Santo Sepolcro e al monte Sinai di Marco di Bartolomeo Rustici, Firenze 2015, 208.

86 Sul monumento del patriarca: Alessandro Diana, "Intorno al monumento funebre del Patriarca di Costantinopoli Giuseppe II in Santa Maria Novella", in: Opera – Nomina – Historiae. Giornale di cultura artistica 7 (2012 [2014]), 155-191.

87 Vespasiano da Bisticci (ed. 1970), vol. 1, 16, Vita di Eugenio IV; ma cfr. anche del Corazza (ed. 1991), 82. Dovrebbe fare eccezione la sessione del 4 settembre 1440 che sembra si svolgesse in chiesa, cfr. Gill (1959 [ried. 1982]), 312; per Boschetto (2012), 184, è invece la basilica il luogo di tutte le sessioni, come già tramandava Borghigiani (ASMNFi, I.A.29, 375). Le spese del dicembre 1439, per scale, porte, banchi, lettiere, muri e pareti, ma anche il lastrico di piazza Nuova, sono registrate in Acta Camerae apostolicae (1950), 55-56. Si segnala che nel cantiere degli appartamenti lavorò anche un certo "Jacobus Natalis de Sibenicho" maestro di legname, cfr. Müntz (1878), 66-67 (22 dicembre 1439).

88 Si veda Boschetto (2012), 233-237.

89 Si vedano Petriboni (ed. 2001), 348-364, 466-470; Domenico di Lionardo Boninsegni, Storie della città di Firenze dall'anno 1410 al 1460. Scritte nelli stessi tempi che accaddono [1410–1460], ed. Firenze 1673, 96-97, 124; Mattheus Palmerii, "Annales seu Historia florentina" [1429–1474], a cura di Gino Scaramella, in: Rerum Italicarum Scriptores 26,1, Città di Castello 1903, 129-194: 163; Rinuccini (ed. 1840), LXXV-LXXVII; Richa (1755), 116; ASMNFi, I.A.30, 37-38, 41, 42, 51, 75, 161, 409-418. Per esempio, Margaret Haines ricorda incidentalmente il coinvolgimento di Michelozzo come architetto responsabile degli apparati allestiti in occasione della visita dell'imperatore Federico III (ASMNFi, I.B.87 ins. 14, 3).

90 Sul soggiorno di Leone X: Ilaria Ciseri, L'ingresso trionfale di Leone X in Firenze nel 1515, Firenze 1990; Ilaria Ciseri, "'Con tanto grandissimo e trionfante onore'. Immagini dall'ingresso fiorentino di papa Leone X nel 1515", in: Nicoletta Baldini e Monica Bietti, a cura di, Nello splendore mediceo. Papa Leone X e Firenze, cat. mostra, Firenze 2013, 237-249; Campigli (2016).

91 A segnare le sorti della scala furono soprattutto le dimensioni, si veda Ciseri (1990), 270, doc. XXXVI.

92 Cambi (ed. 1786, III), 84. Cfr. Luca Landucci, Diario fiorentino dal 1450 al 1516 continuato da un anonimo fino al 1542, a cura di Iodoco del Badia, Firenze 1883, 351-362.

93 Alessandra Macinghi negli Strozzi, Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli [1447–1470], a cura di Cesare Guasti, Firenze 1877, 575, lettera n. 68.

94 Campigli (2016), 245-247; Marco Campigli, "Dov'era la 'scuola del mondo'? Sfortuna dei cartoni della Battaglia", in: Roberta Barsanti et al., a cura di, La Sala Grande di Palazzo Vecchio e la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, Firenze 2019 (= Biblioteca leonardiana, 8), 291-305; Ravalli (2019), 221-232.

95 Benedetto Dei, Cronica dall'anno 1400 all'anno 1500 [1470–1492 circa], a cura di Roberto Barducci, Monte Oriolo 1984, 79.